MATRIMONIO FORZATO

Il Matrimonio Forzato è stato dapprima menzionato nel Decreto ministeriale riguardante "La Carta dei Valori della cittadinanza e dell'integrazione" (2007) (punto 18), successivamente è stato definito dalla Convenzione di Instabul (ratificata dall’Italia con la Legge n. 77 del 27 Giugno 2013) “l’atto di costringere un adulto/a o un bambino/a a contrarre matrimonio…

il fatto di attirare intenzionalmente con l ‘inganno un/una adulto/a o un bambino/a sul territorio di una Parte o di uno Stato diverso da quello in cui risiede, allo scopo di costringerlo a contrarre matrimonio” (art. 37). 

Poi con l’entrata in vigore della legge 19 luglio 2019, n. 69 “Codice Rosso”, ovvero  “Modifiche al codice penale, al codice di  procedura  penale  e  altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, il legislatore ha introdotto nel codice penale il reato di “costrizione o induzione al matrimonio”, intendendo punire (con la reclusione da uno a cinque anni, aumentata se la vittima è un minore, arrivando fino a sette anni se il minore ne ha meno di 14, ciò allo scopo di contrastare il fenomeno delle spose-bambine e dei matrimoni precoci e forzati) chi costringe una persona a sposarsi “con violenza o minaccia”, chi la induce a sposarsi “approfittando  dellecondizioni  di  vulnerabilità  o  di  inferiorità  psichica  o  di necessità”, “con  abuso  delle  relazioni  familiari, domestiche, lavorative o  dell'autorità  derivante  dall'affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia”. 
Detta norma non si applica solo ai matrimoni forzati in Italia, ma anche quando il reato è commesso all’estero da o ai danni di cittadini italiani o stranieri residenti in Italia, in modo da tutelare anche le nuove generazioni riportate nei Paesi d’Origine (sovente con la scusa delle vacanze estive) ed ivi costrette o indotte a sposare i prescelti dalle famiglie. 

Il matrimonio forzato è stato definito come una delle “forme di violenza maschile verso le donne ed è un indicatore del pesante squilibrio ancora esistente nei rapporti tra i sessi, determinato da una cultura patriarcale tuttora dominante sia in forme tradizionali sia in altre più “adeguate” alla modernità”. Trattasi di una pratica che purtroppo colpisce – senza distinzione classe, cultura e religione - un gran numero di donne giovani o addirittura bambine (l’età delle vittime oscilla dai 13 ai 30 anni), che si ritrovano a subire, da parte di familiari, fidanzati, parenti ed affini  (sia nei paesi di origine che sul territorio italiano), una serie di violenze domestiche di varie tipologie, tra le quali : ricatti affettivi, minacce, violenze fisiche, aggressioni verbali, segregazioni, pressioni mentali e sociali, limitazioni di movimento, obblighi comportamentali, imposizioni relative alla scelta del lavoro e relative alla istruzione. 

Queste donne sono soggette ad abusi ed a pressioni provenienti sia dai familiari stessi che dalla comunità alla quale appartiene la loro famiglia, che le condizionano pesantemente, incutono timore, coercizioni emotive, tanto da far loro provare un forte senso di colpa per non “essere all’altezza delle aspettative” della comunità in cui esse vivono e addirittura ad essere perseguitate nel caso in cui provino a ribellarsi a questo stato di cose. Molte di loro infatti, giudicate inidonee dalla comunità, sono oggetto (anche da parte dei loro stessi parenti) di punizioni/delitti, giustificati in nome dell’onore familiare ! La maggior parte di loro quindi si deve assoggettare alle dure regole imposte dalla comunità, che le vuole sposate ad uomini molto più grandi di loro. 

Vogliamo ricordare il sacrificio, nell’aprile 2018 e nel settembre 2019, – in nome di tante altre povere giovani della loro medesima condizione - , della povera Sana Cheema (25 anni di Brescia) portata con l’inganno in Pakistan ed ivi barbaramente uccisa, solo per essersi opposta ad un matrimonio combinato e della giovane Menoona Safdar, (di 23 anni della Brianza), salvatasi “per un pelo” solo grazie all’intervento dei propri amici che hanno sollecitato la Farnesina a farla tornare in Italia dal Pakistan, dove la famiglia la tratteneva dopo averla privata dei documenti, per costringerla a un matrimonio forzato. 

CENNI SULLA EVOLUZIONE DELLA PRESA D’ATTO DEL MATRIMONIO FORZATO

Il Matrimonio Forzato è stato definito come : “una violazione dei diritti umani, in particolare dei diritti delle donne e delle ragazze, al centro dei quali vi è il concetto di consenso, mentre il matrimonio forzato nega la libertà di autodeterminazione per le donne e le ragazze”.  

Il Matrimonio forzato, nell’accezione che ne dà la Forced Marriage Unit britannic, è “un matrimonio in cui uno o entrambi gli sposi non consentono (o, nel caso di adulti con disabilità cognitive o fisiche, non possono consentire) al matrimonio e viene quindi esercitata una costrizione. La costrizione può includere la costrizione fisica, la pressione psicologica, finanziaria, sessuale ed emotiva”. Questa definizione include anche i matrimoni combinati allorquando non vi sia il consenso di una delle parti. 

Inoltre secondo le indicazioni più recenti dell’ONU, è stata accolta da parte di vari stati, l’indicazione di considerare i matrimoni precoci come strettamente correlati ai matrimoni forzati, ponendo l’età matrimoniale a 18 anni, ciò naturalmente non implica che il Matrimonio Forzato corrisponda in modo esclusivo al matrimonio precoce (tendenza questa troppo spesso rilevata), ma fa sì che si consideri il matrimonio precoce tra le pratiche tradizionali dannose che portano al Matrimonio Forzato. 

E’ ovvio che ambedue i fenomeni riguardano il controllo della libertà femminile e della sessualità, ma il matrimonio forzato, tocca fasce di età diversificate e non necessariamente porta all’immediata filiazione, coniugandosi anche con forme di schiavitù domestica. Pertanto pur essendovi correlazione fra i due fenomeni, non è possibile non distinguerli. 

All'origine del matrimonio forzato vi è un insieme di fattori che riguardano: 

  • le norme sociali dominanti in un paese o in una comunità 
  • le strutture economiche e familiari
  • il “modello familiare” ed i relativi valori che in esso sono riconosciuti dalle società e dagli stati
  • le diseguaglianze di genere che assegnano alle donne un ruolo inferiore rispetto agli uomini, decurtando i loro diritti dentro la famiglia e nei più ampi sistemi sociali e culturali in cui vivono.

È da queste condizioni di diseguaglianza che discendono le numerose forme di controllo patriarcale sulla sessualità e sulla vita riproduttiva delle donne a cui per molti aspetti vanno ricondotte anche le pratiche matrimoniali che violano la libertà femminile.

Tutti questi fattori si manifestano tuttavia in modo molto differenziato in relazione ai contesti locali e globali e alle loro trasformazioni. Secondo il rapporto del Consiglio d'Europa, “i fattori che stanno dietro al matrimonio forzato sono 5 differenti a seconda che guardiamo a paesi dove la pratica è perpetuata da famiglie rurali, spesso povere, o a paesi dell’UE dove sono coinvolte famiglie di origine immigrata. Nel primo insieme di paesi, le cause hanno per lo più a che fare con forme di pressione culturale come l’importanza che si attribuisce all’onore e alla verginità, alla sicurezza in età avanzata, il desiderio di mantenere in famiglia le proprietà o la preoccupazione di rinforzare l’autorità dei genitori. Nel secondo, il motore può essere il desiderio di impedire ai figli di ‘europeizzarsi’, il bisogno di riaffermare l’identità, di proseguire la migrazione o ripagare un debito alla propria comunità. Fattori addizionali possono includere il deteriorarsi delle relazioni tra i sessi, l’ascesa del fondamentalismo religioso, difficoltà nel matrimonio o nella sessualità e la preoccupazione di impedire ai figli di fare un matrimonio misto”. 

Il profilo delle vittime che emerge dagli studi sul tema, in Europa, individua il problema in particolare all'interno delle comunità migranti, che pur facenti parti di etnie diverse, hanno però dei tratti comuni, che le portano ad utilizzare il sistema di queste diffuse “pratiche matrimoniali”  strettamente legate alla loro cultura, quali :

- la provenienza da paesi (o regioni) in cui è diffuso l'uso dei matrimoni combinati e precoci 

- l'appartenenza a culture in cui la decisione delle famiglie tende a prevalere sulla scelta individuale e l'esistenza di comunità che danno sostegno a questo costume e fanno pressione sulle famiglie stesse 

- usanze atte ad esercitare il controllo sociale su una comunità attraverso le donne

- risollevare le sorti economiche delle famiglie tramite il rilascio di somme di denaro alle famiglie delle giovani

- garanzia di appartenenza alla casta

- il matrimonio forzato può essere utilizzato anche per reclutare vittime di tratta e di lavoro forzato

Da non dimenticare è anche che le vittime dei matrimoni forzati, molto spesso soffrono ulteriormente la violenza domestica come conseguenza dei matrimoni indesiderati. Sono moltissimi infatti, i casi in cui le donne si ritrovano forzate a rimanere in un matrimonio perché è impedito loro, con varie forme di costrizione, di separarsi. 

Nei casi in cui invece rifiutino ostinatamente il matrimonio, esse vanno incontro ad una serie di atti censurabili da parte della famiglia e della comunità cui appartengono (comunità che talvolta ha la meglio addirittura sulla volontà dei genitori stessi). 

Ad esempio : isolamento da parte del gruppo di appartenenza (parentale), minacce, imposizioni di vario genere, segregazioni, coercizioni, violenze (fisiche ma anche psicologiche del tipo :  riprovazione, allontanamento della giovane disobbediente dalla comunità familiare e religiosa). Ragion per cui, non solo le povere donne si vedono costrette ad accettare l’imposizione di un marito, ma addirittura, una volta sposate, si mostrano vieppiù resistenti nel denunziare i membri della famiglia o della comunità che le hanno indotte/obbligate al matrimonio.  

Come detto la Convenzione di Istanbul ha inteso denunciare il fenomeno della violenza contro le donne, ribadendo quali debbano essere le politiche nazionali e sovranazionali per poter arginare questo fenomeno e quindi prevenirlo dove è possibile, e tra le varie forme di violenza verso le donne (e verso il genere femminile in generale) ha riconosciuto anche il matrimonio forzato e combinato, prevedendo che i singoli stati membri adottino normative specifiche al fine di prevenirlo. 

In Italia, sembra che il fenomeno dei matrimoni forzati, con l'incremento dell'immigrazione, sia aumentato (anche se non vi sono ad oggi censimenti ufficiali), in ogni caso il nostro Paese con la nuova legge denominata “Codice Rosso” ha ratificato la cennata Convenzione di Istanbul dimostrando di aver preso coscienza della attuale problematica e di aver rilevato la necessità di strutturare interventi di sensibilizzazione, prevenzione e coinvolgimento delle giovani generazioni, delle famiglie e delle comunità straniere, per l’avvio di un percorso interculturale in grado di creare fiducia nelle istituzioni.

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