Stalking

Lo stalking è purtroppo un fenomeno noto già dagli anni 90’ ed aggravatosi di gran lunga negli ultimi tempi, che affligge un gran numero di persone (soprattutto di sesso femminile).

Trattasi di persecuzioni di vario genere, attuate da un soggetto “controllante” nei confronti di un altro, “controllato” o vittima, che a seguito di tali pessime e reiterate condotte, è costretto a cambiare la propria agenda di vita (ovvero le proprie abitudini) vivendo peraltro in un continuo stato di ansia e timore, per la propria incolumità o per quella di un familiare. (Il temine “stalking” deriva dalla lingua inglese ed in particolare dal verbo “to stalk” che significa “camminare furtivamente” o “cacciatore in agguato”). 

Sovente le persone che compiono atti persecutori – sulla base degli studi psico-comportamentali svolti - hanno delle personalità che sono state definite dagli psicologi come “border line”, alcune sono affette da disturbi di tipo psicologico (narcisismo, antisocialità, istrionia) o addirittura psichiatrico (patologie - disturbi mentali : deliri, paranoie, scissioni della personalità, ecc. che fanno perdere al soggetto il contatto con la realtà). Soggetti questi, che sulla base di studi psicologici, sembra abbiano riportato traumi “da abbandono” (lutti, separazioni, ecc.) che non essendo riusciti a superare ed a metabolizzare, hanno maturato - dentro di loro -, un vissuto che ne compromette l’adattamento ed il funzionamento socio emotivo.

Secondo gli studi della Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri, invece, gli stalker potrebbero inquadrarsi nelle seguenti cinque tipologie : 

  • il "risentito", caratterizzato da rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a suo avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale);
  • il "bisognoso d'affetto", desideroso di convertire a relazione sentimentale un ordinario rapporto della quotidianità; insiste e fa pressione nella convinzione che prima o poi l'oggetto delle sue attenzioni si convincerà;
  • il "corteggiatore incompetente", che opera stalking in genere di breve durata, risulta opprimente e invadente principalmente per "ignoranza" delle modalità relazionali, dunque arreca un fastidio praticamente preterintenzionale;
  • il "respinto", rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler contemporaneamente vendicarsi dell'affronto costituito dal rifiuto e insieme riprovare ad allestire una relazione con la vittima stessa;
  • il "predatore", il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale, trae eccitazione dal riferire le sue mire a vittime che può rendere oggetto di caccia e possedere dopo avergli incusso paura; è una tipologia spesso riguardante voyeur e pedofili.

Le azioni persecutorie – atte a monitorare e controllare tutti i movimenti della vittima -, si verificano con una serie di differenti modus operandi, ripetuti nel tempo, solitamente i seguenti :

  • pedinamenti ed appostamenti
  • continui messaggi telefonici (sms Whatsapp) 
  • invio di lettere o e mail
  • intrusioni nel telefono e violazione della corrispondenza della vittima
  • atti vandalici (danneggiamento di beni di proprietà della vittima)
  • minacce di varie tipologie (verbali o comunicate tramite scritti)
  • aggressioni determinanti lesioni fisiche (percosse, calci, spinte, strattoni, ecc.)
  • ferimento e morte della vittima
  • molestie sessuali
  • telefonate continue (video chiamate)
  • pubblicazione sui social network di post o di video dai contenuti minacciosi o ingiuriosi
  • diffamazioni dinnanzi a terzi (datori di lavoro, familiari, ecc.)

Tutti atti questi che attentano alla libertà morale, incolumità, riservatezza, e serenità psichica di un soggetto e che per integrare il reato ex art. 612 bis cp. (reato di “Atti persecutori”) debbono essere ripetuti nel tempo. Infatti la norma prevede testualmente : “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno a sei anni e sei mesi chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita. La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, ovvero con armi o da persona travisata. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. La querela è comunque irrevocabile se il fatto è stato commesso mediante minacce reiterate nei modi di cui all'articolo 612, secondo comma. Si procede tuttavia d'ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d'ufficio.

Da quanto si legge appare chiaro che il nostro codice ritiene “soggetto passivo del reato”, non solo la vittima (oggetto delle molestie persecutorie), ma anche tutti coloro che sono alla stessa collegate tramite rapporti affettivi (parenti, fidanzati, ecc.) e che per potersi procedere alla punizione dell’autore del medesimo, è necessaria la querela della parte offesa (da presentarsi nel termine di sei mesi). 

La querela è irrevocabile qualora il fatto sia commesso (ex art. 612 cp II comma)  tramite minaccia è commessa con armi (c.p. 585), o da persona travisata, o da più persone riunite (c.p. 112, n. 1), o con scritto anonimo, o in modo simbolico, o valendosi della forza intimidatrice derivante da segrete associazioni, esistenti o supposte”. Il reato è invece procedibile d'ufficio se ci si trova dinnanzi alle aggravanti di cui al terzo comma, ovvero “nei confronti di un minore o di persona con disabilità ex art. 3 l. n. 104/1992, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si procede d'ufficio”. 

Per la configurabilità del reato è necessario che le condotte reiterate producano “il mutamento delle abitudini di vita della persona offesa, essendo sufficiente che la condotta incriminata abbia indotto nella vittima uno stato di ansia e di timore per la propria incolumità” (Cass. n. 7042/2013). Ossia il danno in sé deve consistere “nella alterazione delle proprie abitudini di vita o in un perdurante stato di ansia o di paura, ovvero con ‘l'evento di pericolo” consistente nel fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto" (Cass. n. 17082/2015). La nominata “alterazione delle proprie abitudini di vita", sta a significare, tutto il "complesso di comportamenti che una persona solitamente mantiene nell'ambito familiare, sociale e lavorativo, e che la medesima è costretta a mutare a seguito dell'intrusione del persecutore”. 

Inoltre si specifica che "l'effetto destabilizzante deve risultare in qualche modo oggettivamente rilevabile e non rimanere confinato nella mera percezione soggettiva della vittima del reato, ma in tal senso anche la ragionevole deduzione che la peculiarità di determinati comportamenti suscitino in una persona comune l'effetto destabilizzante descritto dalla norma corrisponde alla segnalata esigenza di obiettivizzazione, costituendo valido parametro di valutazione critica di quella percezione" (Cass. n. 24135/2012). 

In conclusione per la nostra giurisprudenza, non occorrel'accertamento di uno stato patologico (della vittima), essendo sufficiente che gli atti persecutori "abbiano avuto un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio psicologico della vittima stessa”, ciò in considerazione del fatto che la fattispecie di cui all'art. 612 bis c.p. si integra sia se “il danno sia configurabile come malattia fisica, che come malattia mentale e psicologica".  Sarà quindi necessario dimostrare solamente il nesso causale intercorrente tra la condotta del persecutore ed “i turbamenti derivati alla vita privata della vittima" (Corte Cost. n. 172/2014; Cass. n. 46331/2013). 

Divieti di avvicinamento e condotte riparatorie

 

Il d.l. n. 11 del 23 febbraio 2009 (“recante misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonche' in tema di atti persecutori”) convertito in legge n. 39 del 2009, ha previsto (assieme all’introduzione del reato di atti persecutori), la nuova misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, ex art. 282-ter c.p.p., allo scopo di tutelare maggiormente le vittime di alcune tipologie di reati e quindi tentare di reprimerli.

Il 1° comma del testo normativo prevede che il giudice prescriva all’imputato "di non avvicinarsi a luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa, ovvero di mantenere una determinata distanza da tali luoghi o dalla persona offesa o da persone con questa conviventi o comunque legate da relazione affettiva".

Il 3° comma invece prevede che l’imputato non possa "comunicare, attraverso qualsiasi mezzo" con i soggetti protetti ai commi 1 e 2 e con le prescrizioni delle modalità e delle limitazioni imposte dal giudice qualora la frequentazione dei luoghi tra i predetti soggetti sia necessaria per motivi di lavoro o per esigenze abitative (4 comma). 

Ciò sta a significare che il soggetto reo delle condotte illecite (soprattutto di atti persecutori) dovrà necessariamente limitare i propri movimenti evitando di recarsi in tutti quei luoghi che possano essere frequentati (per esigenze di lavoro o di vita) dalla vittima, “mantenendo una distanza minima” da quest’ultima, allo scopo di garantirle libertà di circolazione e “consentendo alla persona offesa il completo svolgimento della propria vita sociale in condizioni di sicurezza”. Stante la genericità della norma suddetta (con riguardo alle distanze da assicurate alla vittima), è stato richiesto in più occasioni ai giudici di indicare "in maniera specifica e dettagliata i luoghi rispetto ai quali all'indagato è fatto divieto di avvicinamento, non potendo essere concepibile una misura cautelare, come quella oggetto di esame, che si limiti a far riferimento genericamente ‘a tutti i luoghi frequentati dalla vittima", poiché si finirebbe con l'imporre meramente "una condotta di non facere indeterminata rispetto ai luoghi, la cui individuazione finirebbe per essere, di fatto, rimessa alla persona offesa" (Cass. n. 8333/2015).

La legge numero 103/2017 invece, ha introdotto nel codice di procedura penale il nuovo articolo 163-ter, che prevede l'estinzione del reato per condotte riparatorie. Ovvero concede all’imputato la possibilità di estinguere il reato quando quest’ultimo abbia “riparato” i danni cagionati a seguito della commissione del reato (ad esempio, ristori i danni, restituisca il maltolto, risarcisca, ecc.). Ciò però può accadere solamente nel caso in cui il reato sia procedibile a querela soggetta a remissione. 

A seguito dell’entrata in vigore di tale norma si è sollevato un “polverone di critiche” che hanno portato il legislatore ad operare una modifica sostanziale alla norma stessa, onde evitare che tutti coloro che si macchino di reati come lo stalking possano beneficiarne, con indubbie conseguenze svantaggiose per la società intera. All’uopo con il decreto l. n. 148/2017, convertito in legge n. 172/2017, è stata prevista l'esclusione dell'applicabilità dell'articolo 163-ter c.p.p. “ad ogni manifestazione del reato di atti persecutori alla luce dell'elevato numero di donne italiane vittime di stalking si è reputato necessario non far ricadere il reato tra quelli per cui è applicabile l'istituto della giustizia riparativa''.

 Procedura di ammonimento - richiesta al questore -

Il nostro legislatore avendo preso atto del dilagare del fenomeno degli atti persecutori, è intervenuto al fine di tentare di arginarlo, prevedendo con l'art. 8 della l. n. 38/2009 che la persona offesa “possa ricorrere alternativamente, prima di proporre eventuale querela, ad una "procedura di ammonimento". Questa procedura è stata studiata appositamente onde cercare di convincere lo stalker dal desistere dal compiere le condotte persecutorie. La norma stabilisce la procedura da eseguirsi (della quale verrà redatto processo verbale le cui copie verranno rilasciate alle due parti – la vittima ed il presunto persecutore)  che stabilisce che :

  • la vittima si rechi presso le autorità di pubblica sicurezza e presenti una richiesta al questore di ammonimento nei confronti dello stalker
  • il questore assuma le notizie del caso, tramite l’ascolto di persone informate sui fatti e dello stesso persecutore
  • il questore a seguito di quanto sopra, potrà decidere di:
  • respingere l’istanza poiché ritiene insufficienti le prove raccolte
  • accogliere l’istanza, adoperandosi nell’immediato a diffidare lo stalker dal reiterare le condotte persecutorie, tramite appunto un provvedimento di  ammonimento motivato – in forma orale -

Nel caso in cui lo stalker venga ammonito, per quest’ultimo deriverà :

  • la sospensione della autorizzazione per la detenzione di armi e munizioni
  • nel caso in cui lo stalker non interromperà gli atti persecutori nei confronti della vittima continuando a nuocere e molestare, si imbatterà – nel caso in cui venga condannato per il reato di cui all’art. 612 bis cp, all’aumento della pena prevista ed il medesimo reato diverrà procedibile di ufficio.

Differenza tra stalking e maltrattamenti in famiglia

Molto spesso purtroppo la vittima e lo stalker sono legati – o sono stati legati – da rapporti affettivi (la casistica segnala infatti una serie di condotte persecutorie proprio a carico di mogli o fidanzate), secondo l’art. 612 bis, il reato di stalking è un reato comune, ovvero che può essere commesso da chiunque, anche da coloro che non hanno rapporti (o non ne hanno mai avuti) con la vittima. Ad esempio vi sono casi in cui il soggetto agente/persecutore intende imporre la sua persona ad altra, che magari ha seguito a distanza per lungo tempo e con la quale vaneggia un legame affettivo. 

Invece il reato di maltrattamenti in famiglia può essere commesso soltanto da chi ricopra un ruolo nel contesto familiare (coniuge, genitore, figlio, ecc.) o una posizione di autorità o peculiare affidamento nelle aggregazioni comunitarie assimilate alla famiglia dall'art. 572 c.p. (come organismi di educazione, istruzione, cura, ecc.). 

In ogni caso il secondo comma dell’art. 612 bis, prevede nello specifico che il “fatto” possa essere commesso “ dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa”, ed in tal caso è  stata stabilita una pena aumentata proprio a seguito della gravità di questa circostanza di reato. 

Sul punto è importante anche render noto che l’art. 612 bis, prevede comunque al comma 1, la clausola denominata di “sussidiarietà” a seguito della quale se il “fatto costituisce più grave reato” potrà essere applicato quello sopra menzionato di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 cp.

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