VIOLENZA DI GENERE

ULTIMI CASI DI AGGRESSIONI E TEORIE PSICOLOGICHE IN TEMA DI ACCETTAZIONE DEGLI ABUSI

Anche di questi tempi la violenza di genere sembra non volersi sopire. Quest’oggi Vi raccontiamo altri casi – tutti accaduti nella Capitale in questi ultimissimi giorni -, in cui fortunosamente le vittime sono state tratte in salvo dall’intervento delle Forze dell’ordine.

E’ notizia dell’11 aprile scorso, quella che ha visto una donna vittima di ripetute violenze da parte del partner, riuscire a chiedere aiuto a seguito dell’ennesima aggressione. In particolare l’uomo, nel corso di una lite dal medesimo generata (senza validi motivi) aggrediva la compagna, non solo minacciandola ed insultandola, ma anche colpendola con varie modalità – spintoni, lancio di oggetti, ecc. -. La donna ha avuto la prontezza di chiamare i soccorsi, tanto che una volante è rapidamente intervenuta sul luogo del fatto. Non è stato facile fermare l’uomo, evidentemente alterato, il quale ha fatto resistenza ai pubblici ufficiali, arrivando addirittura a minacciarli e percuoterli (anche con calci). La vittima ha poi narrato agli inquirenti di essere già da tempo, oggetto di maltrattamenti  e di essere stata aggredita in modo serio nell’agosto 2019 (quando rischiò di morire strangolata tra le mani del suo persecutore) e di non aver mai trovato il coraggio di denunziare quanto le stava accadendo !

 

Il 13 aprile è stata la volta di una altra povera giovane, che oltre ad aver subito una grave aggressione è stata anche costretta a vedere la propria figlia di soli 13 mesi, picchiata dal compagno ! In questo caso non è stata la vittima a chiedere aiuto, bensì i vicini che allertati dalle urla di madre e figlia, hanno provveduto a contattare le Forze dell’ordine che giuste sul posto, hanno potuto appurare che il “mostro” dopo aver minacciato, insultato pesantemente ed aver percosso  - con calci, pugni, schiaffi, ecc. - la compagna, si scagliava anche contro la minore che purtroppo presentava segni di percosse sul capo ! Anche in questo caso gli inquirenti hanno scoperto che l’uomo non era nuovo a tali comportamenti, in quanto era solito maltrattare la partner, vittima di ogni tipo di angherie. Madre e figlia sono poi state trasportate in Ospedale, ove la prima è stata giudicata guaribile in giorni 21 s.c., mentre la seconda è stata ricoverata.  Anche in questo caso l’aggressore è stato arrestato oltre che per il reato di maltrattamenti anche per violenza e minaccia a pubblico ufficiale. Il GIP, dietro richiesta del PM ha disposto la misura cautelare del divieto di avvicinamento.

L’ultimo caso (notizia del 15 aprile scorso) riguarda una ragazza straniera (proveniente dall’Etiopia) che dopo 4 lunghi anni di soprusi, percosse, minacce, è riuscita a trovare la forza di contattare la Polizia e denunziare il proprio compagno che ultimamente era diventato particolarmente aggressivo e minaccioso. Quest’ultimo le intimava di voler tornare nel proprio paese natio e di seguirlo, altrimenti la avrebbe uccisa a coltellate (64  per la precisione, che sarebbero diventate 120, nel caso in cui lei lo avesse denunciato). All’ennesimo grave alterco, la donna si faceva animo e chiamava le Forze dell’Ordine. Successivamente il Commissariato di Polizia a seguito di indagini, accertava la grave situazione nella quale versavano madre e figlia ed all’uopo il Gip emetteva provvedimento di divieto di avvicinamento da parte dell’uomo.

Tre storie a “lieto fine” se di lieto fine si può parlare in questi casi, nei quali le vittime per potersi scrollare di dosso gli anni trascorsi tra le violenze fisiche e psicologiche e quelle assistite, hanno bisogno di lunghissimi lassi di tempo e di effettuare dei percorsi di psicoterapia a supporto.

Ma perché accade questo ? Perché le donne non trovano il coraggio necessario di denunziare e si lasciano maltrattare (e malmenare) dai loro “uomini” ?

Le ipotesi sono molteplici, anche perché di sicuro determinati comportamenti non possono derivare da cause univoche. 

In ogni caso da alcuni studi è emerso che spesso le donne vittime di violenza sono disposte ad accettare ogni tipo di abuso – minimizzandolo -, nella vana convinzione di poter “cambiare” in meglio il loro partner, persona a loro avviso, debole e da proteggere. Al proposito, con assurda ostinazione esse sono disposte a tutto pur di non “abbandonarlo”, come fosse un loro figlio.

Una altra eventualità invece, presuppone che la donna sia invischiata in una situazione duale : abuso e premura. Spieghiamo meglio, spesso la vittima, dapprima è oggetto di violenza da parte dell’uomo prepotente, che poi però in un secondo momento la ricopre di attenzioni e premure. Al proposito si è portati a pensare che la donna inconsciamente sia convinta di essere comunque amata dal proprio aguzzino che la inchioderebbe all’interno di un circolo vizioso nel quale essa crede di essere al riparo da aggressioni esterne, in quanto sottomessa ad una “persona” che in qualsiasi momento le può dare protezione. In tal caso si parla di “vincolo tossico”.

Le donne coinvolte in questi sistemi psicologici “invischianti” - rispetto a quelle che invece sono “schiave” di un uomo, a causa di errati retaggi culturali, questi ultimi, più semplici da scalzare – hanno molta più difficoltà a riconoscere la problematica e ad uscire da meccanismi particolarmente perversi, in quanto rifiutano esse stesse di essere vittime avendo subito “un processo soggettivo di devittimizzazione”. 

Ciò posto si auspica che lo Stato investa in politiche di educazione e prevenzione con interventi volti a dissuadere dal compiere violenze, maltrattamenti ed abusi, sulla scia di quanto già prospettato dalla Convenzione di Istanbul che al Capitolo III, ha sancito l’obbligo di adottare “misure necessarie per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità”.

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