LA LEGGE n. 69/2019 “CODICE ROSSO”

Il 9 agosto 2019 è entrata in vigore la Legge n. 69  del 19/07/2019

Il 9 agosto 2019 è entrata in vigore la Legge n. 69  del 19/07/2019 recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”. Fortemente voluta dai ministri della Pubblica Amministrazione e della Giustizia, Giulia Bongiorno e Alfonso Bonafede, ha ottenuto 197 voti favorevoli, 37 astenuti e nessun voto contrario! E’ denominata legge “Codice Rosso” in quanto prevede una “prontezza di risposta” per le indagini e le denunce relative a violenze subite da donne o da minori. Con i suoi 21 articoli essa ha introdotto un inasprimento delle sanzioni previste per i reati di violenza domestica e di genere. 

Il “Codice Rosso” prevede:

  1. UNA MAGGIORE VELOCITA’ NELLE INDAGINI

La cennata legge ha introdotto un’accelerazione nella tempistica dei procedimenti relativi ai casi di violenza a cominciare dalla denuncia. Suo fine è quello di velocizzare le indagini e proprio  in tal senso:

- la Polizia Giudiziaria, nel caso di denuncia di violenza sulle donne, deve attivarsi subito dandone comunicazione immediata al Pubblico Ministero, anche oralmente se necessario;

- il Pubblico Ministero ha l’obbligo di sentire la vittima entro 3 giorni, onde evitare che il reato (maltrattamenti, violenza sessuale, stalking…) consumato tra le 4 mura domestiche possa ripetersi;

- la donna, ora, dispone di 1 anno di tempo per sporgere denuncia, mentre in precedenza poteva denunciare il suo “carnefice” entro e non oltre 6 mesi.

 

  1. PRECEDENZA  AL PRONTO SOCCORSO

Negli ospedali è previsto un “codice” con bollino rosso, e cioè una corsia preferenziale, per le donne che arrivino al Pronto Soccorso vittime di violenza, cosicché sia possibile intervenire immediatamente

 

  1.  BRACCIALETTO ELETTRONICO

In tutti i casi di violenza di genere, il Giudice che condanna l’uomo all’allontanamento dalla casa familiare o al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla sua vittima, può imporre allo stesso, come ulteriore controllo, il braccialetto elettronico o cavigliera elettronica (considerando che si porta alla caviglia). Si tratta di un dispositivo tecnologico che permette di controllare a distanza gli spostamenti di colui che lo indossa. Il Giudice può ricorrere a questa disposizione solo previo consenso del colpevole e tenendo conto della disponibilità dei dispositivi. Nel caso in cui il condannato venga meno ai suoi divieti, la misura cautelare si irrigidisce ed il predetto rischia fino a 2 anni di galera. 

 

  1. MALTRATTAMENTI

Il fenomeno della violenza assistita e maltrattamenti in famiglia è stato oggetto di riconoscimento normativo del legislatore penale prima nel 2013 con la legge sulla violenza di genere n. 119 e successivamente con la legge Codice Rosso, che in particolare ha introdotto un “inasprimento” dell’art. 572 c.p.“Maltrattamenti contro familiari o conviventi”.

Quando venga accertato il reato di maltrattamenti, si applicano le norme del codice antimafia che prevedono anche che l’uomo violento sia sottoposto a sorveglianza speciale e all’obbligo di dimora in altro comune. Sono state introdotte pene più severe per i reati consumati all’interno della famiglia e in particolare la reclusione da 2 a 6 anni ex art. 572 c.p., è stata innalzata “da 3 a 7 anni” e con possibile aumento fino alla metà, quando il “maltrattamento” sia avvenuto con armi, oppure in presenza o a danno di donna in stato di gravidanza, di persona disabile o minore. Colui che non ha ancora compiuto diciotto anni, viene sempre considerato vittima del reato, sia che assista ai maltrattamenti di cui all’articolo 572 c.p. sia che li subisca.

 

 

5 VIOLENZA SESSUALE

Ha subìto un inasprimento anche il reato di violenza sessuale ex artt. 609 bis e seguenti c.p. in particolare : è prevista la reclusione da 6 a 12 anni - che potrebbe arrivare fino a 14 anni - nel caso di violenza sessuale di gruppo. Se la vittima è un minore, la pena può arrivare a 24 anni di carcere, infatti nel caso di atti sessuali con minorenne, ex art. 609 quater c.p., è stato fissato un aumento di pena fino ad un terzo, se gli atti siano stati compiuti con un minore di anni 14, in cambio di denaro o di qualsiasi altra utilità, anche soltanto promessi. Inoltre in questo caso la procedibilità è sempre d’ufficio per cui diventa “superflua” la denuncia/querela da parte dei genitori.

 

6 STALKING

In seguito alla L. 69/2019 aumentano le pene anche per lo stalker "da sei mesi a cinque anni" a "da uno a sei anni e sei mesi" di prigione a cui va ad aggiungersi, ovviamente, la misura cautelare del divieto di avvicinamento nei luoghi frequentati dalla vittima e la possibilità per il giudice di garantirne il rispetto attraverso strumenti elettronici (braccialetto/cavigliera).

 

7 AGGRESSIONE CON L'ACIDO

L’art. 12, comma 1, della L. 69/19 prevede il delitto di “Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” introducendo così il nuovo reato previsto, per colui che sfregia una donna, dall’art. 583 quinquies c.p., il quale recita “Chiunque cagiona ad alcuno lesione personale dalla quale derivano la deformazione o lo sfregio permanente del viso è punito con la reclusione da otto a quattordici anni”. La pena sarà l’ergastolo nel caso in cui lo sfregio provochi la morte della vittima. Questo delitto viene ora considerato tra i reati intenzionali violenti che prevedono l’indennizzo da parte dello Stato ed inoltre, su richiesta delle parti, la condanna o l’applicazione della pena causerà l’interdizione perpetua da qualsiasi ufficio relativo alla tutela, alla curatela ed all’amministrazione di sostegno. Tale norma intende intervenire sull’orribile reato di sfregio con lancio di acido sul volto, nella maggior parte dei casi, commesso dall’ex partner che non accetta la fine della relazione (Cassazione 15/12/2020 Notaro/Tavares).

 

Caso

Il 15 dicembre 2020 la Quinta Sezione Penale della Suprema Corte ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria Gessica Notaro/ Edson Tavares, respingendo il ricorso della difesa dell’imputato e confermando la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Bologna il 15/11/2018. E. Tavares, ex fidanzato di G. Notaro dovrà scontare 15 anni, 5 mesi e 20 giorni di reclusione per averla perseguitata e aggredita con l’acido.

Erano le 22,30 del 10 Gennaio 2017 quando, la bellissima ventottenne Miss Romagna 2007, fu sfregiata con l’acido dal suo ex, mentre rincasava dalla madre alla periferia di Rimini. I due si erano lasciati quando Gessica si era resa conto dell’indole violenta del ragazzo e da quel momento Tavares, ventottenne di origine capoverdiana, aveva iniziato a perseguitarla costringendola a denunciarlo per stalking. In seguito a tale denunciail Pubblico Ministero aveva chiesto per lui il carcere, ma il GIP aveva ridimensionato tale provvedimento con la misura restrittiva che gli imponeva di stare lontano 50 metri dalla sua ex. Tale divieto non è servito a tenerlo lontano quella notte del 10 gennaio! Gessica è viva, ma come ha dichiarato lei stessa, dovrà combattere per il resto della sua vita con questo terribile incubo. In questi 4 anni, come tutte le vittime del reato di sfregio da acido, si è dovuta sottoporre ad una lunghissima e dolorosissima serie di interventi chirurgici e dovrà aspettare ancora un anno per affrontare il delicatissimo trapianto di cornea all’occhio danneggiato dall’acido. Tuttavia Tavares ha sempre negato la sua colpevolezza, ma le bottigliette di acido trovate nella sua casa, lo hanno “inchiodato”. Accusato di stalking e minacce era stato incarcerato preventivamente. Il suo tentativo di suicidio in carcere non è mai stato confermato dal suo difensore che, invece, ha sempre riconosciuto il suo “malessere profondo” : Tavares ha scelto lo stesso giorno, ossia il 10 gennaio, in cui 6 anni prima, il fratello di Gessica si era tolto la vita. Con la pronuncia dello scorso, è diventata definitiva la sentenza nella quale i Giudici di secondo grado di Bologna avevano definito la violenza con l'acido, come la "plastica rappresentazione di una meditata, ferma volontà di punire per sempre la vittima, privandola non solo della sua speciale bellezza, ma della sua stessa identità, così da cancellarla agli occhi di chiunque, non potendola 'possedere' egli stesso" precisando anche che “nessuna frustrazione può attenuare la gravità del crimine”. Oltre al carcere, la sentenza della Cassazione ha pure dato conferma all’espulsione dall’Italia di Tavares dopo aver scontato la sua pena e al risarcimento di Gessica (parte civile). Infatti la Procuratrice Generale della Cassazione, Antonietta Picardi, ha ritenuto “le pronunce di merito assolutamente coerenti e logicamente articolate con le evidenze processuali”.

 

8 MATRIMONIO “CON IL SANGUE”.

Per matrimonio forzato, s’intendono le nozze celebrate senza il libero consenso di una delle parti, quando cioè gli sposi si sono uniti attraverso violenza, minacce o coercizioni di ogni genere. La legge Codice Rosso, su proposta della deputata Mara Carfagna, ha introdotto nel nostro codice penale l’articolo 558 bisCostrizione o induzione al matrimonio” che si è aggiunto al preesistente articolo 558 “Induzione al matrimonio mediante inganno”. La nuova disposizione punisce con la reclusione da 1 a 5 anni, chiunque costringa una persona a contrarre matrimonio o unione civile ricorrendo a violenza o minaccia oppure approfittando “delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia”. E’ previsto un aumento di pena se la “costrizione “riguarda un minore di diciotto anni, mentre sono previsti dai 2 ai 7 anni di reclusione, se il fatto viene commesso verso un minore degli anni quattordici. Tali disposizioni “si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.”. L’articolo 37 della Convenzione del Consiglio d’Europa considera il matrimonio forzato (forced marriage), distinguendolo da quelli combinati e precoci,  tra le forme di violenza domestica e contro le donne, da combattere in quanto integrante della violazione dei diritti umani. Infatti la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilisce  che “il matrimonio può essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi”.

Il caso

Il 1° arresto in Italia, in applicazione dell’art. 558 bis c.p., risale al 23 settembre 2019. Un 47enne rom di origini bosniache è stato arrestato a Pisa per calunnia, maltrattamenti, sequestro di persona continuato e per il reato di costrizione e induzione al matrimonio, nei confronti delle sue 2 figlie di 19 e 21 anni. Dalle indagini è emerso che i maltrattamenti, definiti dal padre “punizioni”, non erano dovuti alla non collaborazione all’interno della famiglia da parte delle 2 ragazze - una delle quali all’epoca era ancora minorenne -, ma piuttosto a reprimere la loro libertà in campo sentimentale. Per anni le due giovanissime rom hanno subito maltrattamenti e violenze fisiche fatte di pugni, schiaffi, calci nonchè umiliazioni quali il taglio dei capelli, fino alla segregazione a pane ed acqua all’interno della loro roulotte ; tutto , perpetrato al solo scopo di impedire alle due giovani la frequentazione dei loro effettivi fidanzati romeni. Infatti, il padre, per motivi economici, pretendeva che le due figlie sposassero due cugini, e proprio dal padre di uno di questi due giovani, aveva già incassato la somma di 12.000 euro per la “vendita”della figlia maggiore

 

 

9 REVENGE PORN

Con il “Codice Rosso” è stato introdotto in Italia il reato di “Revenge porn”. Le espressioni inglesi revengeporn o revengepornography,  traducibili in “vendetta porno o porno vendetta”, indicano la condivisione pubblica di immagini o video intimi, attraverso Internet, senza il consenso dei protagonisti. Tuttavia si deve precisare che, non sempre la pubblica condivisione non consensuale di riprese intime, si possa ricollegare ad una vendetta, potrebbe rientrare invece, nella  più ampia fattispecie della "pornografia non consensuale ovvero “Non Consensual Pornography” (NCP). Infatti ci sono casi in cui le foto o i video, siano stati fatti dallo stesso partner, dietro consenso della “vittima”, oppure senza che quest’ultima ne sia informata e potrebbe configurarsi anche il caso in cui il “protagonista” subisca violenza sessuale, nella maggior parte dei casi indotta da droghe. Quando questo fenomeno ha come protagonisti minorenni, allora si parla della pratica del “sexting”.

Sexting

Il termine “Sexting” è un neologismo derivante dall’unione delle due parole inglesi sex, sesso, e texting, inviare messaggi, che configura lo scambio di messaggi sessualmente espliciti tra due o più individui mediante scritti, foto o video attraverso canali quali WhatsApp, Snapchat (per i giovanissimi), Telegram, Facebook, Instagram., ecc. Il “sesso in chat” utilizzato per sostituire l’attività sessuale tra coppie lontane, è un fenomeno che sta avendo una grandissima espansione nel mondo dei cybernauti, complice la chiusura nella quale siamo costretti a vivere da più di un anno ormai! Nonostante la Suprema Corte si sia pronunciata più volte su tale materia, tuttavia ad oggi, coloro che vogliono farsi fotografare\riprendere in atteggiamenti sessuali senza volerli diffondere, non sono ancora pienamente tutelati, come pure non possono “rimuovere” tale materiale una volta diffuso nell’etere. Tale pratica rimane nell’ambito del fenomeno di costume, quando si manifesta come un “gioco” tra adulti consenzienti, ma se le foto\video pubblicati sui social coinvolgono minori o escono dal “controllo” degli interessati allora si entra nel reato di Sexting che si distingue in :

  • primario : se è il protagonista stesso, ad inviare la propria foto ad un altro soggetto per motivi privati;
  • secondario: se il primo destinatario “pubblica” la foto, consentendo così ad altri di vederla. In tal senso il caso di Chiara Fantoni, la diciottenne neo eletta Miss Modena, che nel 2008 fu esclusa dal concorso di Miss Italia per alcune foto ed un video osè, da lei realizzati all’età di 15 anni, finiti in rete. Il regolamento di Miss Italia prevede che «una candidata non deve aver mai posato per foto di nudo o in pose sconvenienti». Nonostante siano stati indagati l’ex fidanzato e 2 amici di questo, le immagini “colpevoli” si trovano ancora su Internet.

Tra le ipotesi di foto o videoriprese “estorte” mediante violenza, accanto alle due fattispecie di violenza privata ex art. 610 c.p. e di minaccia di diffusione di materiale ex art. 612 c.p., si va sempre più affermando il fenomeno sociale del “sextortion”. Si tratta della minaccia di divulgare materiale di contenuto sessuale per estorcere un vantaggio economico. Non va trascurato, comunque, che in alcuni casi la minaccia abbia portato la vittima al suicidio. Tale reato rientra nell’articolo 629 c.p. che punisce l’estorsione. Negli ultimi tempi, però, si sta verificando un’inversione dei ruoli: la vittima non è il minore, pronto, invece, a dichiararsi tale qualora non fossero soddisfatte le sue richieste economiche, ma le persone di una certa età. Sempre più spesso succede che il minore, esperto “navigatore”, riesca ad adescare, per poi ricattare la meno esperta persona matura “indebolita” dallo stato di vergogna in cui viene a trovarsi. Il reato di sexting è disciplinato dall’articolo 600 ter del codice penale “Pornografia minorile” che recita : “È punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da euro 24.000 a euro 240.000 chiunque” pratichi, spettacolarizzi e diffonda pornografia che coinvolga minori di 18 anni”. Prima nella pronuncia n. 51815 del 2018 e successivamente, in quella n. 5522 del 2020, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato il principio secondo il quale, diffondere un selfie erotico di un minore è sempre reato, confermando che al centro della tutela, deve esserci sempre il corretto sviluppo sessuale del minorenne, cosa che, invece, potrebbe essere messa in serio pericolo dalla divulgazione inconsapevole di selfie osè.

Cassazione n. 5522 del 12 febbraio 2020

Il caso riguarda uno studente che, durante una gita nel periodo pasquale, aveva scattato delle foto usando il telefono di una compagna, e senza che lei se ne accorgesse, trovando dei selfie erotici nella gallery di questa, li aveva fotografati con il proprio cellulare e inviati ad un amico comune che poi li aveva “condivisi” in una chat composta da una ventina di persone. Siccome all’epoca la vittima era minore, fu il padre a sporgere denuncia, da cui ne derivò un processo solo nei confronti del ragazzo che aveva diffuso le foto per primo. Il Giudice dell’Udienza Preliminare di Salerno, in primo grado, aveva assolto il ragazzo, perché i selfie erotici erano stati scattati dalla stessa vittima e perché il colpevole li aveva divulgati ad una sola persona. Ma nel secondo grado, la Corte d’Appello, aveva condannato l’imputato, per cessione di materiale pedopornografico, previsto dal  comma 4 art. 600 ter c.p. che prevede la reclusione fino a 3 anni. Successivamente il ricorso in Cassazione da parte dell’imputato, ha dato modo di fare chiarezza sulla fattispecie in esame: l’esistenza del consenso del minore nel caso di foto pornoautoscattate, non può affievolire fino ad annullare, il reato di colui che le divulga, dopo esserne venuto in possesso. Quindi l’ipotesi del reato in oggetto, non tiene in considerazione l’esistenza o meno di sfruttamento della vittima e prescinde dal fatto che il materiale sia stato prodotto o meno da autoscatto. E’ determinante, invece, che sia stata lesa la dignità di un minorenne.

Quando il Sexting sfocia nel Revengeporn perché la vittima ha inviato i propri contenuti intimi ad un’altra persona, potrebbe innescarsi il “VictimBlaming” e cioè la tendenza a considerare la vittima di un reato, come responsabile dell’accaduto, ossia come “colui che se l’è cercata”. Di fronte al dilagare dei casi di vendetta pornografica, la legge “Codice Rosso” ha costituito una ulteriore svolta normativa inserendo nel codice penale l’articolo 612 terDiffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”, il quale dispone che “chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da euro 5.000 a euro 15.000” e le stesse pene si applicano anche a colui che, pur non avendo realizzato il materiale ricevuto, si rende complice nella sua diffusione in quanto non autorizzata. La pena aumenta quando il fatto è commesso dal coniuge o dall’ex partner. E’ prevista, inoltre, una maggiore tutela per disabili e donne in stato di gravidanza.

Il Caso

Nel marzo del 2018 la giovane maestra di un asilo nido di Torino è stata vittima di Revenge porn. La ragazza aveva inoltrato alcune sue  immagini (foto\video) hard al suo fidanzato, il quale, senza il suo consenso, le aveva poi condivise sulla chat WhatsApp della sua squadra di calcetto, probabilmente per vantarsi. Tra i destinatari c’era anche il papà di un alunno dell’asilo e in seguito ai ripetuti inoltri, le immagini erano giunte anche alla Dirigente scolastica della scuola ove lavorava la maestra, che dopo averla umiliata davanti a tutte le colleghe - facendole subire, secondo il p.m. Chiara Canepa, una vera e propria "gogna" -, l’aveva costretta a licenziarsi. Nel piccolo paesino alle porte di Torino, per la ragazza, vittima di revengeporn, sono stati mesi terribili “senza un lavoro e chiusa in casa per la vergogna!”. Poi lo scorso 19 febbraio il Tribunale di Torino ha emesso la sentenza con cui il giudice Modestino Villani ha condannato a 13 mesi di reclusione,  la Preside e ad un anno di reclusione, la madre di un'alunna che aveva inoltrato gli scatti ad alcune amiche. Inoltre, il citato Tribunale, ha condannato anche un'ex collega, sottoposta a rito abbreviato, che aveva fatto girare le foto intime della maestra. Invece, un amico dell'ex fidanzato che aveva inoltrato le stesse foto alla moglie, è stato assolto.

Fonte: LaStampa.it/Torino/2021/02/19

 

10 TRATTAMENTI PSICOLOGICI

Il “Codice Rosso” ha preso in considerazione anche il trattamento del colpevole per reati sessuali. Infatti con l’art. 17 ha modificato l’articolo 13 bis della legge 354\1975 estendendo “ai condannati per i delitti di violenza domestica e di genere, la possibilità di sottoporsi ad un trattamento psicologico con finalità di recupero e di sostegno, suscettibile di valutazione ai fini della concessione dei benefici penitenziari”.

 

11 YUOPOL

La YouPol è un’applicazione per smartphone con cui si possono segnalare i reati. Introdotta per contrastare lo spaccio di droga e il bullismo nelle scuole, durante il lockdown è stata estesa anche alle segnalazioni di violenza domestica. Con questa App - scaricata negli ultimi tempi da tantissimi cittadini sui propri cellulari -, è possibile, in tempo reale, trasmettere immagini e messaggi agli operatori della Polizia di Stato. Le segnalazioni vengono automaticamente geo-referenziate, ma l’utente può anche modificare il luogo in cui il fatto è accaduto. L’App consente di chiamare direttamente il 113. Ogni segnalazione, che può essere anche anonima, viene ricevuta dalla sala operativa della Questura territorialmente competente.

 

 

Fonte : Giurisprudenza penale/Un anno di codice rosso: il rapporto sull’applicazione della legge 69/2019. (23/11/2020)

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